Assume Form, la nuova dimensione di James Blake

L’ultimo album di James Blake è prevedibile nel contesto in cui nasce, ma imprevedibile nel risultato che ha invece avuto.

È infatti un album che cita sonorità del contesto in cui James vive, le stesse sonorità che forse non ci saremmo mai aspettati da uno come lui. Eppure uno come lui ha tirato fuori dal cappello un altro album incredibile, dove la ricerca della sonorità e della classe non si arrende e non si presta, come un burattino nelle mani di un burattinaio impazzito, alle sonorità odierne, ma le sfrutta invece, colorandole di nuove sfumature e donandogli nuova vita.

Il trentunenne londinese ha infatti percorso la sua carriera musicale senza mai etichettarsi, senza mai essere cantautore, clubber o banalmente pianista, quale è.

Ha viaggiato tra testi struggenti, produzioni techno e sonorità blues con destrezza degna di un mutaforme, ha dimostrato di amare la musica e di amarla senza limiti e l’ultimo album ne è la prova.

Il titolo dell’album è di per sé significativo, Assume Form significa infatti “assumere forma” e James, nel suo album, ne assume tante diverse, come ha fatto nel suo intero percorso musicale.

Si avvicina e tocca il nuovo e crescente fenomeno della trap, collaborando con uno dei re della scena, Travis Scott, e avvicinandosi anche al fenomeno tutto americano dell’hip hop di Kanye West e Kendrick Lamar, collaborando con uno dei pionieri dell’hip hop Andrè 3000. Intreccia con loro delle trame che potrebbero apparire come discordanti, ma che in realtà si amalgamano perfettamente, rendendo dei brani dalla forte spinta ritmica dei piccoli scrigni di atmosfere molto blakeiane.

Non abbandona però le sonorità blues che lo contraddistinguono, avvicinandosi al mondo di Frank Ocean, e le atmosfere nostalgiche che ha sempre saputo creare con maestria, tanto da riportare alla mente addirittura Ennio Morricone in I’ll Come Too.

Collabora anche con Rosalìa, stella nascente del pop spagnolo, tirando fuori un brano etereo e sognante, senza patria e senza lingua.

Nel complesso è un album che fa viaggiare l’ascoltatore fra mondi diversi, tenendo come filo conduttore del viaggio la firma di James, la sua produzione perfetta e le sue atmosfere languide, tese e vigorose nel loro essere molto aeree e sospese.

È un album che ipnotizza l’ascoltatore col primo brano, e lo culla alla fine con l’ultima, Lullaby for My Insomniac, che non sembra terminare ma appare come protesa verso qualcosa che non c’è, ma che forse ci sarà.

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